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The Wise Baby. Il Poppante Saggio. Rivista del rinascimento ferencziano (2019). Volume 2, numero 1: SOPRAVVISSUTI, VITTIME E TESTIMONI. LE EVOLUZIONI DELLA TECNICA DI FRONTE AL TRAUMA

25,00

THE WISE BABY/IL POPPANTE SAGGIO
giornale della Renaissance Ferencziana
Edito a cura della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia “Sándor Ferenczi”, (clicca qui per maggiorni informazioni sulla società e clicca qui per maggiori informazioni sulla rivista) THE WISE BABY, si propone quale organo italiano e plurilingue del movimento internazionale noto come “Rinascimento Ferencziano”.

Direttore Responsabile: Gianni Guasto

Editors-in chief: Carlo Bonomi e Gianni Guasto

Redattori Associati: Luca Bonini, Clara Mucci

clicca qui per maggiori informazioni

THE WISE BABY, rivista del rinascimento ferencziano, è organo della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia “Sándor Ferenczi”.
Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia Sándor Ferenczi SIPeP-SF

clicca qui per maggiori informazioni sulla rivista

indice:

7 Andrea Ciacci & Gianni Guasto Editoriale

13 José Jimenez Avello
La tecnica analitica di fronte alla patologia dissociativa

23 Régine Waintrater
Entrare in relazione con il sopravvissuto: quali strumenti tecnici per lo psicoanalista?

31 Hayuta Gurevich Regredire alle relazioni maligne

39 Endre Koritar
Lavorare con i fantasmi nella trasmissione trans-generazionale del trauma

53 Andrea Ciacci
Alla scoperta delle tombe dell’Io. Comunicazioni inconsce e connessione emotiva

61 Jô Gondar
Ferenczi come pensatore del trauma sociale

69 Gianni Guasto
I confini del setting in un mondo che cambia: dalla tecnica classica alla tele-analisi

Recensioni

89 Jonathan Sklar. Dark times. Psychoanalytic perspectives on politics, history and mourning. Phoenix Publishing House: Bicester, 2019, 96 pp., ISBN 978-1-912691-00-5 (Carlo Bonomi)

93 Due diverse traduzioni italiane di Entwiklungsziele der Psychoanalyse, (1924), di Sándor Ferenczi e Otto Rank (Gianni Guasto)

Presentazione del vol. 2 n°1 del 2019

Editoriale di Andrea Ciacci & Gianni Guasto

Con questo nuovo numero della rivista, dedicato al tema “Sopravvissuti, vittime e testimoni: l’evoluzione della tecnica di fronte al trauma”, intendiamo proporre una serie di contributi che ci sono parsi particolarmente ispirati all’ascolto e alla passione per la verità di cui necessitiamo oggi di fronte alle sfide del presente, in quanto psicoanalisti allo stesso tempo interpreti e testimoni di inenarrabili realtà individuali e collettive.

Sopravvivenza, vittimizzazione e testimonianza furono oggetto di approfondite discussioni nell’ambito della XIII International Sándor Ferenczi Conference (Firenze. 3-6 Maggio 2018), che ebbe per titolo Ferenczi in our time and a renaissance for psychoanalysis, della quale oggi la nostra rivista pubblica alcune relazioni appositamente rielabora- te, in maniera sinergica con importanti testate internazionali aderenti all’International Sándor Ferenczi Network (The International Forum of Psychoanalysis, Le Coq-héron, The American Journal of Psychoanalysis), presso le quali i lavori della Conference sono in corso di pubblicazione.

Nell’intento di proseguire una riflessione congressuale che ha riguardato soprattutto la natura della sofferenza post-traumatica e le misure terapeutiche che essa richiede, il numero si apre con l’articolo La tecnica analitica di fronte alla patologia dissociativa, di José Jiménes Avello, psicoanalista spagnolo membro ordinario IFPS e della Sociedad Internacional de Estudios “Sándor Ferenczi”, già autore di numerosi libri e articoli ispirati al tema del rinascimento ferencziano, che affronta qui un argomento quanto mai attuale, quello degli accorgimenti tecnici necessari nel lavoro analitico con le patologie dissociative.

In tale articolo, l’Autore ricorda come “il profondo disaccordo tra Freud e Ferenczi” (Balint, 1968) sia riconducibile, almeno sul piano della tecnica, al diverso ambito clinico cui i due Autori si rivolsero. Mentre per Freud l’obbiettivo dell’azione terapeutica nei confronti di pazienti nevrotici era quello di riportare alla coscienza il rimosso, Ferenczi privilegiò, nella sua instancabile ricerca di strategie terapeutiche innovative, soggetti la cui specificità nosografica non era ancora riconosciuta (e che oggi chiameremmo, probabilmente, borderline), per i quali il trauma aveva comportato una scissione dell’Io rispetto alla quale il ricorso all’interpretazione sarebbe risultato vano, posto che le esperienze traumatiche – cui il lavoro analitico mira a restituire “significato” e “pensabilità” – non necessariamente risultano accessibili al linguaggio simbolico.

A questa necessaria premessa di riflessione sul metodo, fa immediatamente seguito l’articolo Entrare in relazione con il sopravvissuto: quali strumenti tecnici per lo psicoanalista? di Regine Waintrater, una psicoanalista francese da tempo impegnata nel lavoro con IBUKA – Mémoire et Justice, associazione che raggruppa i sopravvissuti del genocidio ruandese contro i Tutsi (1994) e i parenti delle vittime di tale spaventoso massacro, mettendo in luce le sfide inedite che lo psicoanalista deve affrontare quando si con- fronta con l’indicibile. In questo lavoro il confronto con una doppia esigenza del paziente “caratterizzata da un combinarsi di esposizione di sé e di ritegno” chiama in causa la capacità dell’analista di sintonizzarsi per quanto è possibile con la particolare tonalità della narrazione del paziente, “che richiede tanto di essere detta quanto di essere taciuta”, e alla quale l’analista è obbligato ad adattarsi, nella consapevolezza della presenza, difficile da dissipare, di un’angoscia che i sopravvissuti temono sopra ogni altra cosa: quella di incontrare incredulità e negazionismo.

Con il titolo Regressione alle relazioni maligne, pubblichiamo poi un saggio di Hayuta Gurevich, psicoanalista con funzioni di training della Israeli Psychoanalytic Association e docente presso l’Università di Tel Aviv, nel quale sono descritte le dirompenti emozioni controtransferali che l’analista sperimenta di fronte a una paziente precipitata in uno stato di grave regressione -per l’appunto- “maligna”, nel senso indicato da Balint (1968). Tali relazioni primitive, forzatamente incorporate in epoche molto precoci e infiltratesi profondamente, sono dissociate fin dalle origini, tornando a riprodursi e a essere compulsivamente agite nello spazio intersoggettivo, per ripre- sentarsi con particolare intensità nella relazione analitica.

Con un lavoro dal titolo Lavorare con i fantasmi nella Trasmissione Trans-Generazionale del Trauma, il collega magiaro-canadese Endre Koritar, psicoanalista con funzioni di training presso la Western Psychoanalytic Society & Institute di Vancouver, espone un caso clinico ricorrendo all’aiuto delle Elegie Duinesi di Rilke e dell’opera letteraria dello scrittore statunitense Jonathan Safran Foer, autore di Ogni cosa è illuminata (2002) la cui trama finisce per rivestire un ruolo, sia pure di conferma a posteriori, nel lavoro di decodifica dei sentimenti di emarginazione e di isolamento di un giovane immi- grato tentato dal richiamo della violenza terroristica. Il lavoro riveste un particolare interesse perché racconta la lunga presa di contatto con i ricordi transgenerazionali dissociati di J., un giovane uomo precocemente e traumaticamente separato dal pro- prio ambiente di origine, e come alla mentalizzazione di tali conoscenze trasmesse si possa giungere, sia da parte del paziente che dell’analista stesso, soltanto per gradi e grazie a un tipo di narrazione (quella della moglie del paziente) che fa pensare a una sorta di rêverie bioniana.

Con il lavoro Alla scoperta delle tombe dell’Io. Comunicazioni inconsce e connessione emotiva, Andrea Ciacci (SIPeP-SF) riprende un tema a lui caro, quello della dissociazione delle memorie transgenerazionali (Ciacci, 2015).

Riflettendo sull’impossibilità, per alcuni pazienti, di simbolizzare quanto rimasto inelaborato nelle generazioni precedenti, l’Autore cerca di approfondire come il contenuto di tali “cripte” inaccessibili possa essere intercettato attraverso varie forme di esperienza controtransferale che possono emergere, in seduta, sotto forma di impressioni, vissuti corporei, pensieri dissociati e sogni a occhi aperti del terapeuta. La tesi dell’Autore è che risposte controtransferali di questo tipo siano riferite a dimensioni dissociate della mente del paziente, potendo assumere tale forma quale risultato di un lavoro di elaborazione e precomprensione, da parte del terapeuta, delle comunicazioni inconsce provenienti dal paziente nel corso delle sedute.

Il lavoro della psicoanalista e filosofa brasiliana Jô Gondar, Ph.D., membro ordinario del Circolo Psicoanalitico di Rio de Janeiro e docente presso l’Università Federale di Rio de Janeiro, Ferenczi come pensatore del trauma sociale, sottolinea l’importanza del ruolo svolto da Ferenczi nell’evidenziare aspetti relazionali e sociali che avevano trovato minor spazio nell’opera di Freud. Denunciando come il modo in cui il tema del trauma è stato affrontato nel corso del ‘900 sia risultato funzionale all’acquisizione da parte di individui e gruppi sociali di un’identità fondata sulla vit- timizzazione, capace di legittimare istanze risarcitorie di natura economica e morale, l’Autrice – coniugando la sensibilità teorica e clinica di Ferenczi con il più recente pensiero filosofico post-strutturalista (Butler, 2004a, 2004b) – evidenzia come la posta in gioco nella questione del trauma non risieda nell’acquisizione dell’identità di vittima, quanto nel riconoscimento di quella dimensione di vulnerabilità che è propria di ogni essere umano.

Con l’articolo I confini del setting in un mondo che cambia: dalla tecnica classica alla tele-a- nalisi, Gianni Guasto (SIPeP-SF) solleva pressanti interrogativi circa la natura del- la relazione analitica e il suo possibile “snaturarsi” sotto la pressione delle enormi trasformazioni cui le nuove tecnologie costringono oggi le relazioni umane (senza che quella analitica possa sperare di risultarne esente); mentre d’altro canto mette in evidenza come l’esigenza di oltrepassare “le colonne d’Ercole” del setting canonico sia resa necessaria dalla peculiarità di molte espressioni psicopatologiche attuali di carattere totalmente nuovo, come quelle riferibili alla dipendenza da forme di sessualità virtuale, ferma restando la necessità di verificare la “titolazione aurea” (nel senso indicato dal celebre aforisma di Freud sull’oro e il rame) di ciò che si trova al di là delle frontiere del setting.

Il volume contiene inoltre due recensioni.

Dark times. Psychoanalytic perspectives on politics, history and mourning di Jonathan Sklar è recensito da Carlo Bonomi. Il libro è un inquietante e appassionato grido d’allarme sulle società occidentali, oggi attraversate dal ritorno di partiti e ideologie totalitarie e da sviluppi politici, economici e sociali che assomigliano in maniera inquietante a quelli dell’Europa degli anni 1930, ivi inclusa, per citare l’Autore, “l’ascesa del tota- litarismo e del fascismo”.

In tale contesto si colloca il ruolo dello psicoanalista, interprete di una psicoana- lisi che è chiamata oggi a confrontarsi con stati mentali che non si limitano a compa- rire nelle stanze di consultazione, come tragedie private, ma che possono pervadere gruppi sociali parimenti attraversati da lutti, aree cieche, lacerazioni e “rattoppi” che rappresentano insufficienti tentativi di guarigione (l’esempio storico che l’Autore fa a questo proposito è quello della riunificazione tedesca). Nella riflessione di Sklar, l’apparato psichico del bambino abusato e la condizione collettiva di una società traumatizzata da grandi tragedie e dalla difficoltà a riconoscere fino in fondo l’entità e la natura del trauma, presentano singolari analogie. A questo proposito, Bonomi osserva che se “nella mente della vittima il diniego sfocia alla fine in una disposizione a non-vedere, lo stesso avviene nella distruzione massiva, la quale sommerge la nostra capacità di sopportazione e di conoscenza della realtà”. Entra quindi qui in gioco la responsabilità degli psicoanalisti che non possono più limitarsi alla dimensione privata del loro lavoro, ma che devono aprirsi a una comprensione e a un intervento critico sulla cultura del nostro tempo.

Sempre nella rubrica recensioni, Gianni Guasto tratta della tardiva traduzione integrale del celebre (e maltrattato) testo di Ferenczi e Rank Entwiklungsziele der Psychoanalyse (comunemente noto come “Prospettive di sviluppo della psicoanalisi”), pubblicato per la prima volta in italiano sia dalla rivista Psicoterapia e Scienze Umane (che ha scelto, fino ad ora, di non farne un volume autonomo) sia in un’edizione critica di Michele M. Lualdi, che il curatore ha tradotto personalmente con il titolo Traiettorie di sviluppo della psicoanalisi. Sull’interazione tra teoria e pratica.

Direttore Responsabile: Gianni Guasto

Editors-in chief: Carlo Bonomi e Gianni Guasto

Redattori Associati: Luca Bonini, Clara Mucci

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