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The Wise Baby. Il Poppante Saggio. Rivista del rinascimento ferencziano (2018). Volume 1, numero 2: AL DI LÀ DELLA NARRAZIONE: Trauma, Disconoscimento e Testimonianza incarnata

25,00

THE WISE BABY/IL POPPANTE SAGGIO
giornale della Renaissance Ferencziana
Edito a cura della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia “Sándor Ferenczi”, (clicca qui per maggiorni informazioni sulla società e clicca qui per maggiori informazioni sulla rivista) THE WISE BABY, si propone quale organo italiano e plurilingue del movimento internazionale noto come “Rinascimento Ferencziano”.

Direttore Responsabile: Gianni Guasto

Editors-in chief: Carlo Bonomi e Gianni Guasto

Redattori Associati: Luca Bonini, Clara Mucci

clicca qui per maggiori informazioni

THE WISE BABY, rivista del rinascimento ferencziano, è organo della Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia “Sándor Ferenczi”.
Società Italiana di Psicoanalisi e Psicoterapia Sándor Ferenczi SIPeP-SF

clicca qui per maggiori informazioni sulla rivista

indice:

143 Carlo Bonomi & Ornella Piccini: Editoriale

149 Francesco Migliorino: Alla ricerca dell’umano: Il trauma della Modernità e la ragione strumentale dei carnefici

157 Daniel Kupermann: Trauma sociale e testimonianza: Una lettura dei taccuini di Maryan S. Maryan ispirata da Sándor Ferenczi

167 Clara Mucci: Partecipazione affettiva dell’analista e testimonianza incarnata: Da Ferenczi alle neuroscienze

185 Judy K. Eekhoff: Terrorizzati dalla sofferenza, tormentati dal dolore

193 Adele Di Florio & Pina Sciommarello: Crimini di guerra e fantasmi transgenerazionali: Un caso di sequestro dell’identità

205 Emanuele Prosepe: La casa in comune: Mutualità ed esperienze condivise nel trattamento di un bambino abusato

217 Ornella Piccini: Quando la nascita è un trauma: Disconoscimento ed espropriazione del corpo materno

229 Simone Korff Sausse: Le tracce del trauma nelle opere d’arte

Presentazione del vol. 1 n°2 del 2018

Editoriale di Carlo Bonomi e Ornella Piccini

Sorta dalle ceneri del paradigma scientifico-naturalistico della psicoanalisi e dal dissolversi dell’illusione che il fattore specifico della cura fosse l’“interpretazione esatta”, l’idea di narrazione si è radicata e diffusa, ha preso campo sostituendo la no- zione meno flessibile di “costruzione”, accentuandone il carattere aperto, spostando il focus dalla scoperta di contenuti mentali rimossi allo sviluppo di nuovi significati e all’apertura di nuove prospettive, valorizzando il contributo attivo del paziente, sco- prendo la reciprocità, il dialogo, la co-costruzione. E mentre si imparava a valutare le narrazioni per la loro coerenza, la loro forma estetica, la loro forza persuasiva, sbiadiva l’urgenza di distinguere tra vero e falso (Eagle, 2000). Come Donald Spence scriveva nel manifesto di questa nuova stagione, Verità storica e verità narrativa (1982), «le interpretazioni sono convincenti […] non per il loro valore testimoniale, ma per la loro qualità retorica».

La stagione della narrazione è anche quella dell’eclissi del bisogno di verità. E allora viene da chiedersi quanto il paradigma narrativo segni davvero il superamento della crisi della psicoanalisi e quanto, nonostante tutto, ne perpetui quel nucleo insensibile e scettico che Ferenczi aveva riconosciuto come un chiodo piantato nel cuore della psicoanalisi.

Al di là della narrazione è un viatico per andare oltre questo nucleo insensibile e scettico attraversando il luogo in cui non ci sono più parole.

È una discesa nei silenzi del corpo nella speranza di ritrovarvi quel «luogo d’in- contro di un reciproco riconoscersi [witnessing] e porre riparo alla frammentazione delle memorie e alla rottura psichica indotta dal trauma» che Dori Laub (2014, p. 195) chiama testimonianza [testimony].

È un viaggio dall’estetica all’etica e un omaggio all’idea dell’analista come «testimone benevolo e soccorrevole» che Ferenczi introduce in una pagina memorabile del Diario clinico (1932, 31 gennaio), in cui è riassunto tutto il senso ultimo del suo conflitto con Freud: mantenere un atteggiamento di distacco, freddezza emotiva e indifferenza o lasciarsi davvero trasportare con il paziente?

Si è molto discusso sul conflitto tra Freud e Ferenczi, ma questo è un punto chia- ve, certamente una questione “tecnica”, ma sostenuta da una teoria precisa, l’idea che la rottura traumatica sia il prodotto del disconoscimento da parte dell’altro.

Dis-conoscere è la parola chiave del paradigma del trauma psichico – non più “fattore quantitativo” ma processo relazionale e fenomeno sociale – introdotto nel 1932 da Sándor Ferenczi nel suo rivoluzionario saggio Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino.

L’articolazione di questo paradigma e del suo antidoto, quel ri-conoscere che s’incarna nella figura del testimone, è ciò che cerchiamo di esplorare con questo secondo numero della nostra nuova rivista – in tutta continuità con il primo numero, in cui abbiamo reso giustizia a Elisabeth Severn, riconoscendola come psicoanalista innovativa e ispiratrice delle idee di Ferenczi.

Il filo che lega il disconoscimento alla modernità è lucidamente snodato nel primo articolo, Alla ricerca dell’umano: Il trauma della Modernità e la ragione strumentale dei carnefici, di Francesco Migliorino. Facendoci attraversare i grandi cataclismi del Novecento e il perfezionarsi delle pratiche del dis-conoscimento dell’Altro, esso ci trascina nella «cultura della morte», fino a condurci «sul bordo tagliente dell’abisso che il carnefice condivide con la sua vittima», e lasciarci lì, senza parole, di fronte all’annichilimento dell’umano

Questo abisso è illustrato nel secondo articolo, Trauma sociale e testimonianza: Una lettura dei taccuini di Maryan S. Maryan ispirata da Sándor Ferenczi, di Daniel Kupermann. L’articolo è incentrato sul taccuino di disegni prodotti in analisi, nei primi anni Set- tanta, da Maryan S. Maryan, ebreo polacco internato in vari campi di concentramento e unico superstite della sua famiglia. Poiché non era in grado di parlare, né della morte dei suoi familiari né del periodo passato ad Auschwitz, il suo psicoanalista lo spinse a disegnare, in modo da poter riscattare le sue memorie e la sua storia illustrandole. Kupermann fa uso di categorie ferencziane per introdurre l’estetica del dis-conoscimento che prende forma deformandosi, commentare l’orrore inaudibile che si sottrae alla “parola parlata” e discutere i limiti di ciò che può essere rappre- sentato e testimoniato.

Le radici non verbali della talking cure e la sua vocazione riparativa sono magistralmente ricostruite nell’articolo successivo, Partecipazione affettiva dell’analista e testimonianza incarnata: Da Ferenczi alle neuroscienze, di Clara Mucci, in cui i “pilastri della psicoanalisi” sono ripercorsi e discussi alla luce della clinica del trauma e degli studi contemporanei. La tesi fondamentale di questo lavoro, che sfida il principio di “neutralità” (ovvero indifferenza), è che il sentire dell’analista fa la differenza. Rimettendo in circolo le emozioni del paziente grave, con un io frammentato, o come si dice oggi, dissociato e alessitimico, questo sentire consente di ricollegare le emozioni agli eventi passati, riparando quella mancanza di un testimone interno, cioè di un oggetto interno buono, che costituisce la vera rottura traumatica. Sviluppando l’idea ferencziana della necessità di un testimone benevolo e soccorrevole, che prende su di sé la sofferenza dell’altro, la Mucci sottolinea l’insufficienza dell’abreazione del trauma, sostenendo che il terapeuta è chiamato a svolgere una funzione riparativa a partire dalla embodied testimony, grazie alla sua presenza corporea, messa in atto da mente-corpo-cervello, inclusi i passaggi da emisfero destro dell’uno a emisfero destro dell’altro, come delineati dalla pratica terapeutica di Allan Schore.

Tale testimonianza incarnata è illustrata in modo semplice ed efficace nei tre articoli successivi, ognuno basato su un caso clinico.

Nel primo articolo, Terrorizzati dalla sofferenza, tormentati dal dolore, Judy K. Eekhoff ripercorre alcuni aspetti del difficile trattamento di una paziente gravissima (“atomizzata”) durante il quale l’analista era soggetta a sensazioni somatiche disturbanti incomprensibili. È una di quelle situazioni in cui l’analista è più volte tentato di gettare la spugna. Solo quando il controtransfert somatico diventa così drammatico e la nausea così insopportabile da mettere a rischio la seduta, l’autrice si arrischia a stabilire associazioni tra le sue somatizzazioni e lo stato emotivo della paziente. «Ero tormentata dal suo dolore e sentivo di perpetrarlo […]. Mentre gradualmente riuscivo a esprimere in parole i miei vissuti che la riguardavano, lei iniziò a svegliarsi, iniziando a essere una donna tridimensionale e vivente, con pensieri e sentimenti propri».

Riflettendo su questa esperienza la Eekhoff suggerisce che quando la madre, per via della sua incessante sofferenza, non riesce a svolgere la funzione di mediazione e filtro dell’angoscia del bambino, l’unico modo che il bambino ha di trovare una madre interiore consiste nell’identificarsi con la madre sofferente. Ciò che è allora interiorizzato non è una rappresentazione dell’oggetto, ma la cosa in sé o l’esperien- za concreta della sofferenza: la sofferenza si fa madre.

Nel secondo articolo, Crimini di guerra e fantasmi transgenerazionali: Un caso di sequestro dell’identità, Adele di Florio e Pina Sciommarello presentano e discutono il caso clinico di una giovane donna che, dopo essersi trasferita in Italia, sviluppa una dermatite grave del viso e delle mani e una sofferenza psichica indicibile e apparentemente inspiegabile. Della sua dermatite la paziente non parla mai, ma il viso e le mani tumefatti, crostosi, fessurati e dolenti parlano alla terapeuta, le procurano forti sensazioni di disagio che lentamente si aggregano attorno a un senso di vergogna che però resta sospeso nel nulla. Un giorno, dopo un anno di terapia, la paziente arriva in seduta e racconta di aver fatto delle ricerche e di aver capito che il nonno, generale del KGB, aveva attivamente partecipato allo “sterminio” del suo popolo. La terapeuta prova un’immediata sensazione di sollievo, ma poi incominciano a presentarsi nella sua mente «immagini di sangue, crudeltà e terrore» della guerra che aveva coinvolto i propri avi, dei libri che aveva letto, dei film che aveva visto. E mentre la stanza di terapia si va popolando dei fantasmi della terapeuta, la dermatite della paziente scompare, la pelle si ripulisce, e il dolore psichico diviene accettabile. Continuando questo singolare scambio tra medico e paziente, l’articolo è completato da una breve nota della paziente scritta alcuni anni dopo la fine della psicoterapia.

Nel terzo articolo, La casa in comune: Mutualità ed esperienze condivise nel trattamento di un bambino abusato, Emanuele Prosepe racconta alcuni aspetti del trattamento di un bambino, figlio di genitori tossicodipendenti con un padre psicopatico e perverso, che aveva dovuto subire ogni genere di violenze senza mai piangere e senza lamentarsi. Il terapeuta lo capisce sulla sua pelle quando il ragazzino lo terrorizza minaccioso: «Muto e zitto, non dire niente, tu non devi parlare, non sei nessuno, tu non conti niente, sono io che comando qua dentro…». Da questa inversione di ruolo e dalla inattesa risposta emotiva che ne consegue («[…] cosa c’è, sei triste? […] io non pensavo che si potesse piangere qua dentro…») nasce una riflessione sulla simmetria dell’inconscio, la condivisione del dolore, e l’intrecciarsi dei mondi paralleli di paziente e analista.

Il corpo in cui prende forma la vita è al centro dell’articolo successivo, Quando la nascita è un trauma: Disconoscimento ed espropriazione del corpo materno, in cui Ornella Piccini si confronta con la cancellazione del corpo materno sia nella crescente medicalizzazione delle pratiche del parto sia nel pensiero psicoanalitico, mai del tutto riscattato da quello che Ferenczi chiamava «l’orientamento unilateralmente androfilo» della teoria freudiana della sessualità. La tesi principale è che in molti casi la depressione post partum può essere un Disturbo Post Traumatico da Stress non riconosciuto, dovuto al modo traumatico in cui avviene il parto. Oltre a delineare le ripercussioni di un parto difficile nella relazione madre-bambino, l’autrice sottolinea con forza la necessità di non interrompere il rapporto psicoterapeutico in tali situazioni, in cui il riconoscimento di esperienze e vissuti traumatici aiuta a calmare l’angoscia di non sentirsi una buona madre – un’altra declinazione dell’analista come «testimone soccorrevole e benevolo».

La tesi che le esperienze traumatiche lascino tracce che, come i «pensieri alla ricerca di un pensatore» di Bion, sono alla ricerca di un luogo in cui possano essere rappresentate, di una psiche che li pensi, di un contenitore che sia in grado di tratte- nerle e trasformarle, è alla base dell’ultimo articolo, Le tracce del trauma nelle opere d’arte, di Simone Korff Sausse. Questa tesi è illustrata attraverso le opere di Juan Miró, Nikide Saint Phalle, Louise Bourgeois e Zoran Mušič. La Korff Sausse conclude il suobreve e incisivo commento con una vignetta clinica, il caso di Malika, una bambina nata in Africa, abbandonata, ritrovata e infine adottata in Francia. Nelle sue sedute di terapia dimostra un forte bisogno di dare un senso alle circostanze traumatiche della sua adozione. Ha una grande immaginazione, compone storie su animali che vengono portati via, separati e poi riuniti, o che vengono ritrovati dopo essersi perduti e le scrive in piccoli taccuini che si fa da sola. Notando come in tal modo Malika cerchi di riunire gli elementi scissi del suo mondo passato e di quello attuale, l’autrice commenta: «Potrebbe diventare una scrittrice prolifica – in ogni caso, a scuola dicono già che è una “grande narratrice”».

 

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